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TFF43 | Il festival dei tanti mondi


 

Titolo: Black Ox – Concorso Lungometraggi

Regia: Tetsuichiro Tsuta

Paesi di produzione: Giappone, Taiwan

Anno: 2024

 

Giappone. Siamo nel periodo Meiji (1868-1912) durante il quale l’imperatore Mutsuhito riporta il potere politico e decisionale nelle mani della famiglia imperiale, interrompendo – al termine di un anno e mezzo di guerra civile – il plurisecolare governo dello shogunato. Questo il limes temporale e culturale in cui si colloca la vicenda narrata in Black Ox, in cui un ex-cacciatore si converte all’agricoltura e alla sedentarietà per rimanere in contatto con la natura e con un mondo arcaico ormai travolto dall’incombente modernizzazione del paese. La sua esistenza solitaria è accompagnata dalla presenza di un bue nero, che il protagonista ricovera nella propria casa dopo averlo incontrato casualmente nel bosco.

Il film è ripartito in dieci episodi che richiamano le cosiddette “Icone del bue” (o del bufalo), che nella tradizione del Buddismo Zen sono commentate da brevi versi poetici e illustrano le tappe del cammino del devoto verso l’Illuminazione e il risveglio interiore. Il regista sceglie, quindi, di narrare una storia non così accessibile al mondo occidentale, riuscendo a costruire – però – un’opera poetica e contemplativa sul momento di passaggio della società nipponica da un prolungato “medioevo” alla modernità. Ad aprire e chiudere i dieci episodi, vi è una coppia di inserti a colori in cui a dominare sono il fuoco e l’acqua, con un evidente richiamo finale all’olocausto nucleare.

Il film è girato in un rigoroso bianco e nero e con rapporto 4:3, a eccezione dei due inserti a colori su grande schermo. Lo stile è forse un po’ didattico e formale, per un risultato finale estetizzante che mette insieme il vecchio Giappone in via di superamento, il nuovo Giappone alle porte e la resilienza di un uomo che cerca di rimanere in sintonia con i cicli della natura e la propria spiritualità interiore.

 


 

Titolo: Slanted – Concorso Lungometraggi

Regia: Amy Wang

Paesi di produzione: Stati Uniti d’America

Anno: 2025

 

Joan è una giovane ragazza che frequenta le scuole superiori in una cittadina dei profondi Stati Uniti d’America. È giunta dalla Cina insieme ai genitori circa dieci anni prima e sperimenta giornalmente il razzismo latente e palese della società nel suo insieme e dei compagni di scuola in particolare, che spesso la deridono per l’abbigliamento che indossa, il cibo che consuma e l’aspetto fisico indubbiamente poco WASP. Nonostante sia circondata da un ambiente ignorante e razzista, il suo desiderio di integrazione è – però – davvero troppo forte. Di conseguenza, è disposta a fare qualsiasi cosa per assumere il tanto desiderato aspetto “americano” che le permetterebbe di entrare nelle grazie di un’antipatica compagna di scuola influencer e partecipare al concorso per l’elezione della reginetta di bellezza, organizzato annualmente dalla sua scuola. Tutto ciò  comporta, però, la rottura sia con la famiglia – che non riesce a comprendere la profonda solitudine e sofferenza psicologica di Joan – sia con l’amica Brindha, che – invece – ha della propria identità etnica e culturale un’opinione e una coscienza completamente diversa.

Le cose non prenderanno la piega sognata e la vicenda si trasformerà ben presto in un autentico incubo per la ragazza, che dovrà lottare con tutte le forze contro il proprio corpo e la propria psiche.

Con Slanted, la regista sino-americana Amy Wang dimostra di possedere una buona padronanza dei meccanismi e del lessico cinematografico, anche se non si può non sottolineare come per il tema di base e la sceneggiatura abbia pescato idee e suggestioni da altri film. Impossibile non pensare, infatti, al recente The Substance (2024) e, più in generale, al genere body horror che – come molti altri generi – permette magnificamente di trattare tematiche spesso profonde e di forte impatto emozionale e psicologico. Se il linguaggio è affine a quello del film di Coralie Fargeat, il tema della problematica integrazione nella società americana richiama – invece – i contenuti delle opere di Jordan Peele.

 


 

Titolo: Eva – Concorso Lungometraggi

Regia: Emanuela Rossi

Paesi di produzione: Italia

Anno: 2025

 

Eva è il secondo lungometraggio di Emanuela Rossi. Ambientato in una campagna umbra sospesa e quasi metafisica, il film narra la vicenda di una donna avvolta nel mistero, che vive camminando per i boschi e ha la capacità di ammaliare dolcemente i bambini che incontra, che poi allontana dalle famiglie rapendoli. Si sente investita, infatti, dalla missione di salvare i piccoli da una società che non si interessa a loro e da genitori distratti e assenti.

La donna sembra portare con sé non poca sofferenza, anche se l’alone di mistero sulle cause resta fitto per buona parte del film. L’incontro con Giacomo, apicoltore, e suo figlio Nicola, apre uno spiraglio di pace e normalità nella vita di Eva, che muta il suo speciale legame con la natura in affetto per il bambino, del quale potrebbe essere una potenziale madre. Ma l’indefinitezza e il non espresso sulla reale natura di ciò che accade nei vari passaggi, si disvela – in modo forse un po’ confuso – in un finale caratterizzato da un colpo di scena che poteva essere meglio gestito, senza per questo stravolgerne le peculiarità. Il film tenta di fondere fra loro, quindi, l’ambientazione metafisica, un accenno di genere sci-fi, il disagio psicologico e la scomparsa dei bambini messi in salvo da qualche parte dalla protagonista, certa di averli mandati in un mondo migliore del nostro. A tutto ciò si aggiunge, aspetto alquanto astruso, il breve intermezzo di una donna asiatica che forse vive la stessa condizione di Eva. 

In conclusione, buone le intenzioni e a suo modo originale lo sviluppo del soggetto, che attinge a più generi ma che mostra un po’ la corda nel gestire la molta carne messa sul fuoco: elaborazione del lutto, ecologismo, senso di insicurezza immanente vissuta dalla donna, ecc. Molte tematiche a cui attingere, quindi, ma di non facile armonizzazione, con l’aggiunta di un’eccessiva sessualizzazione di Eva, davvero poco funzionale alla storia. Brava Carol Duarte, già ne La Chimera di Alice Rohrwacher, nel conferire stralunatezza e profondità al personaggio.

 


 

Titolo: Ida Who Sang So Badly Even The Dead Rose Up And Joined Her In Song – Concorso Lungometraggi

Titolo originale: Ida, ki je pela tako grdo, da so se mrtvi vstali od mrtvih in zapeli z njo

Regia: Ester Ivakič

Paesi di produzione: Slovenia, Croazia

Anno: 2025

 

Iniziamo con una nota di colore: il titolo del film è, con ogni probabilità, uno dei più lunghi che si siano mai visti ed è – soprattutto – “parlante” fino ai limiti dello spoiler. Al contempo, però, l’opera prima della regista slovena  Ester Ivakič è una delle migliori viste in concorso al 43° Torino Film Festival, non a caso insignita del premio speciale della giuria.

Siamo in un piccolo villaggio della Slovenia al confine con l’Ungheria. Il racconto inizia con un breve cenno a una vicenda del passato che sembra appartenere a una delle tante favole ottocentesche in cui non sempre le cose finiscono per il meglio: un tempo, tre sorelle abitavano in una casa nel bosco ma – a quel che si sa – due di loro perirono in un incendio mentre la terza scomparve nel nulla e non se ne ebbero più notizie.

L’incipit fa scendere sul film un’aura di mistero che non è facile collocare rispetto alla storia che va dipanandosi, con una certa lentezza, davanti allo spettatore. Al centro vi è Ida, una ragazzina ricca di fantasia ma non ben integrata con i compagni di scuola e i coetanei, che vive con i genitori e la vecchia nonna malata. Quest’ultima è il vero perno affettivo di Ida, i cui genitori non vanno d’accordo come in passato. Il peggioramento della malattia della nonna e l’eventualità di una sua morte – quindi – lasciano attonita la ragazzina, che non riesce ad accettare in alcun modo la nuova situazione famigliare. In tale contesto, la fede ingenua dell’amica e compagna di scuola Terezka – che prega incessantemente affinché la Madonna interceda per lei in varie circostanze – spinge Ida a pregare per la nonna e a cercar di entrare nel coro della scuola, convinta che il canto possa – quasi per magia – impedirne la morte. Ma la bambina è stonata e non ottiene buoni risultati, peggiorando – fra l’altro – il rapporto con i compagni di scuola, che ne deridono l’incapacità di emettere note.

Quando Ida e la madre si recano a trovare le zie – in una sperduta casa nel bosco – entra in gioco il mistero, che da ora in poi innerva di sé la storia: la ragazzina incontra personaggi caratterizzati da un’aura magica e sospesa e più di un dettaglio dell’ambiente in cui si collocano gli avvenimenti è poco chiaro e sarà disvelato solo nel finale.

Il film si presenta a tutti gli effetti come un coming on age che prende avvio dal rifiuto di Ida di accettare i mutamenti della vita e ciò che questi possono riservare di indesiderato e doloroso. Proprio il contatto con una realtà “altra” – quella delle fiabe che fanno crescere i bambini e dei defunti che accorrono in soccorso dei vivi che soffrono – consente alla giovane protagonista di fare il primo importante passo verso l’età adulta. Una storia semplice ma ben gestita dalla regista, che fonde con leggerezza l’aspetto gotico e la quotidianità di una giovane posta di fronte ai primi dolori della vita.

 


 

Titolo: The Garden of Earthly Delights – Concorso Lungometraggi

Regia: Morgan Knibbe

Paesi di produzione: Paesi Bassi, Filippine, Belgio

Anno: 2025

 

Il film del regista olandese Morgan Knibbe presentato al 43° Torino Film Festival, affronta un tema scabroso sia in senso stretto – il turismo sessuale e la prostituzione minorile nelle baraccopoli di Manila – sia in senso ampio, con il perdurare e le conseguenze del post e neocolonialismo nei paesi del sud America e dell’Asia in cui gli europei hanno lasciato l’inconfondibile segno del loro passaggio.

In questo ambiente disarticolato e degradato oltre i limiti del (dis)umanamente possibile, vivono l’undicenne Ginto e sua sorella Asia. Il primo attraversa le sordide strade degli slums sognando di spacciare droga e diventare un gangster, mentre la seconda si prostituisce per mettere insieme il denaro necessario per lasciare le Filippine insieme al fratello. Il ragazzino vive tutto il giorno in strada insieme all’amico Jojo, con il quale trascorre il tempo consumando e fumando ogni possibile tipo di sostanze stupefacenti, grazie alle quali accede a visioni che ne alleggeriscono, almeno momentaneamente, la durezza del vivere.

A percorrere le affollate strade di Manila – con i loro stridenti contrasti fra alberghi di lusso per turisti occidentali e baracche fatiscenti della popolazione locale – è anche Michael, arrivato dall’Olanda per incontrare la fidanzata conosciuta su internet e il suo giovane fratello, che ha aiutato economicamente a distanza. La delusione e la sofferenza per la scoperta di essere stato sfruttato e truffato dalla ragazza, ormai introvabile, porta Michael a una discesa senza fine verso i quartieri a luci rosse della città, che si conclude con il trovare proprio nell’attrazione per i giovani ragazzini il suo sfogo ultimo.

Morgan Knibbe affronta un tema complesso e delicato grazie a una sceneggiatura di notevole maturità – scritta insieme a Roelof Jan Minneboo – e alla splendida fotografia di Frank van den Eeden, fatta di colori acidi e dai forti contrasti, che ricorda – nonostante le differenze tematiche – quella del cinema di Wong Kar-way. Ma il principale pregio dell’opera, che ha vinto il concorso lungometraggi al TFF, è di raccontare una storia estremamente dura senza esprimere giudizi morali sui personaggi, evitando di porsi al di sopra degli stessi pur descrivendo ogni singolo dettaglio della vicenda narrata anche quando sordido, talvolta – forse – in modo sin troppo didattico. Alla sospensione di qualsiasi giudizio o condanna morale si affianca, poi, la capacità di suscitare empatia in uno spettatore sicuramente spiazzato ma portato per mano a empatizzare sia con il dramma dei bambini e delle giovani ragazze privati dal capitalismo neocoloniale del sogno di una vita normale, sia – e nonostante tutto – con il turista europeo, anche lui travolto da un gorgo e da una coazione a ripetere contro i quali sembra che nessuno abbia la forza e la possibilità di reagire.

Notevole.

 


 

Titolo: Que ma volonté soit faite – Concorso Lungometraggi

Regia: Julia Kowalski

Paesi di produzione: Francia

Anno: 2025

 

Que ma volonté soit faite è il secondo lungometraggio della regista francese di origine polacca Julia Kowalski. Non a caso, al centro della narrazione si trova una famiglia contadina di immigrati polacchi che, giunta in Francia, mantiene molte delle tradizioni arcaiche e patriarcali della terra d’origine, grazie alle quali si inserisce bene in una comunità rurale che ne condivide i valori. Ma di cosa parla il film e quali solo le scelte di genere e stile fatte dall’autrice?

Siamo in un piccolo villaggio agricolo francese, dove in un giorno come un altro torna a vivere Sandra, una giovane donna libera e sensuale. Il suo inaspettato arrivo porta instabilità in paese e nella famiglia di agricoltori, composta da Nawojka – protagonista assoluta della storia – dal rude padre Henryk e dai fratelli Bogdan e Tomek, che prendono costantemente in giro la sorella. A questi si aggiunge quasi subito Franck, il veterinario del villaggio, chiamato per curare le mucche che si ammalano una dopo l’altra di una malattia grave e incomprensibile. Tale evento sembra essere misteriosamente attribuito a Nawojka, come se la giovane fosse dotata di un potere diabolico in grado di uccidere gli animali, simile a quello della madre, la cui morte ha lasciato la famiglia priva di una presenza femminile, in parte coperta proprio dalla ragazza. Il film si tinge quasi subito, quindi, di venature horror – anche se espresse solo velatamente – sotto le quali si cela il tema chiave del lungometraggioe cioè il ruolo e la collocazione della donna nella società e la sua spinta alla ribelliione al mondo maschile.

Nawojka, affascinata da Sandra, percorre un tratto della strada che la separa dalla liberazione e dal sogno di diventare veterinaria, in un paese e in una famiglia in cui gli uomini (il padre, i rozzi fratelli, il veterinario) – ma anche una mentalità retrograda non solo maschile – la fanno da padrone.

Il film sfrutta una vena horror mai del tutto esplicitata, per parlare della condizione femminile e della rivolta della giovane Nawojka nei confronti del contesto sociale in cui vive. Questa passa attraverso la presa di coscienza sia della propria diversità, sia della violenza di una società patriarcale di cui lei e Sandra sono fatte oggetto e che culmina con l’uccisione di quest’ultima da parte del fratello minore di Nawojka, in un momento di isteria collettiva in cui alla donna non conforme – rappresentata proprio dall’indesiderata ospite della comunità – è riservato un trattamento da autentica strega, secondo il giudizio di condanna emesso da un mondo arcaico e chiuso in se stesso. Il risultato finale, davvero buono, è un’opera che rappresenta una potente metafora del percorso di affrancamento psicologico e sociale della protagonista da un ambiente inemendabile.

Fra i punti di riferimento cinematografici richiamati in alcune scene chiave e sottolineati dalla stessa regista durante il suo intervento al festival, vi sono Il cacciatore (1978) di Michael Cimino per la festa di matrimonio, Cane di Paglia (1971) di Sam Peckinpah per l’assedio a Sandra e Carrie – Lo sguardo di Satana (1976) di Brian De Palma in parte per la tematica e in parte per le immagini delle scene finali.

Per la sua recitazione nel ruolo di Nawojka, Maria Wróbel è stata premiata al Torino Film Festival con il riconoscimento per la miglior interpretazione. Buona prestazione, comunque, dell’intero cast per un film che è fra i migliori visti in concorso insieme al vincitore The Garden of the Earthly Delights e a Ida Who Sang so Badly so  Badly Even the Dead Rose up and Joined Her in Song”, insignito del premio speciale della giuria.

 


 

Titolo: Todas Las Fuerzas – Concorso Lungometraggi

Regia: Luciana Piantanida

Paesi di produzione: Argentina, Perù

Anno: 2025

 

Il secondo lungometraggio della regista argentina Luciana Piantanida narra le vicende di Marlene, immigrata peruviana a Buenos Aires che assiste a tempo pieno un’anziana signora con problemi di memoria e un’incipiente demenza. La sua storia ricorda quella di tante altre donne provenienti dai paesi meno ricchi del Sudamerica –Bolivia, Paraguay, Perù, Venezuela – che emigrano in Argentina, ma non solo, per svolgere i lavori che nessun altro vuole fare, faticosi e sottopagati.

La vita di Marlene è scandita dalle necessità quotidiane dell’anziana signora che accudisce, ma la scomparsa di un’amica – anch’essa migrante – la porta a indagare personalmente sulla ragioni della sua sparizione senza ricorrere alla polizia. L’insistente ricerca dell’amica rappresenta la porta di accesso – per la protagonista e lo spettatore – a un mondo “sotterraneo” fatto di lavori notturni di ogni genere, spesso svolti senza alcun rispetto delle normative di sicurezza e sistematicamente pagato malissimo. La totalità della forza lavoro proviene dai paesi meno abbienti del continente ed è sempre di origine nativo-americana.

Con uno stile fantasioso e per nulla melodrammatico, Piantanida volge lo sguardo verso un mondo che di fatto non è mai uscito dalla fase coloniale ma trova, anzi, sempre nuovi modi di imporre un neo/post-colonialismo fatto di sfruttamento e assenza di garanzie. In modo semplice e talvolta ingenuo, il film racconta, quindi, le difficoltà e la vita dei migranti che inventano strategie di sopravvivenza fatte, anche, di altrettanto ingenui (e inutili) superpoteri, metafora della resilienza e dello spirito di sacrificio di persone che hanno lasciato il proprio paese per andare a vivere all’estero e svolgere mansioni spesso di importanza secondaria e mal pagate.

In conclusione, attingendo a un universo di suggestioni provenienti dai generi fantasy e noir, Todas las fuerzas si presenta come un mite inno alla sopravvivenza senza proporre una possibile via né per la salvezza del singolo, né per la soluzione dei grandi problemi del genere umano nel suo complesso.

 


 

Titolo: Le cri des gardes – Fuori Concorso

Regia: Claire Denis

Paesi di produzione: Francia

Anno: 2025

 

Claire Denis ha abituato il suo pubblico ad affrontare il delicato tema del passato coloniale francese ed europeo, nonché le modalità con cui si è dispiegato il neocolonialismo moderno e gli effetti che questo ha avuto sul continente africano. E su tutto ciò torna la regista con Le cri des gardes, presentato fuori concorso al 43° TFF.

Siamo in un paese ignoto dell’ Africa Occidentale, dove un responsabile dei lavori (Horn, Matt Dillon) e il suo primo collaboratore (Cal, Tom Blyth) dirigono un’azienda estrattiva circondata dal filo spinato e da guardie armate posizionate su torrette sopraelevate, a meglio evidenziare l’esistenza di un “dentro” e un “fuori”. A rompere gli equilibri sono due eventi: l’arrivo della giovane moglie del responsabile (Leonie, Mia McKenna-Bruce) – che ha voluto raggiungere il marito in un ambiente certamente non semplice – e la comparsa, al di là del filo spinato, di un uomo (Alboury, Isaach De Bankolé) che chiede la restituzione del corpo del proprio fratello, morto sul lavoro il giorno precedente per ragioni non chiarite.

Leonie e Alboury sono l’innesco di una storia che si svolge durante l’arco di una sola giornata/nottata, durante la quale – pur senza accadere molto – ciascuno personaggio è costretto a confrontarsi con se stesso e con gli altri protagonisti della vicenda, in una serie di dialoghi in coppia. I tre occidentali hanno un differente rapporto con la realtà che li circonda: Horn evita in tutti i modi di farci finalmente i conti, Cal se se disinteressa totalmente poiché concentrato solo sulle possibilità di carriera, mentre Leonie – inizialmente del tutto ignara del contesto – ne resta turbata, in particolare dopo il colloquio con Alboury.

Il nuovo film di Claire Denis, nata in Africa occidentale e figlia di un funzionario coloniale francese, pone ancora una volta la questione del neocolonialismo e dei conti che l’Europa non ha mai fatto né con il proprio passato né con la sua attuale presenza in Africa, saccheggiata e danneggiata per secoli dalle politiche delle grandi nazioni europee. Come non vedere, infatti, nel personaggio di Alboury la muta domanda di giustizia di un intero continente per i danni subiti e la sottrazione di ricchezze, terre e libertà, valida anche oggi quando a essere rinchiusi dietro il filo spinato sono gli europei e non gli africani?

La trama è tratta dal testo teatrale del drammaturgo francese Bernard-Marie Koltès; oltre al razzismo, in filigrana si scorgono altri temi molti cari allo scrittore morto prematuramente per le conseguenze dall’Aids. Fra questi, vi sono sono la solitudine (molto presente anche nelle filmografia della regista) e le tematiche legate alla sessualità, qui non esplicitate ma presenti sullo sfondo: l’impotenza nel gestire la situazione da parte di Horn, infatti, è anche una probabile impotenza sessuale dello stesso, dovuta a un incidente sul lavoro quasi certamente frutto di tensioni analoghe a quelle descritte nel film. 

Con il consueto stile fatto di tempi dilatati, sguardi silenziosi e prolungati, nonché di atmosfere tese e sospese, la regista francese confenziona un film su uno dei temi centrali della sua produzione artistica, anche se meno efficace dei precedenti. I personaggi del direttore e dell’assistente sono, infatti, poco approfonditi e un po’ stereotipati nella loro critica della cupidigia capitalistica occidentale. Lo scarso livello di approdondimento vale per lo stesso Alboury, anche se la sua presenza muta e ostinata al di là del recinto ha un’indubbia forza simbolica. La figura è valorizzata, infatti, dalla forte presenza scenica di Isaach De Bankolè, attore che ha all’attivo altre collaborazioni con Claire Denis, nonché con Jim Jarmush. Meglio rappresentata – invece – la figura di Leonie, che posta di fronte all’evidenza di una realtà ancora intrisa di colonialismo sembra evolvere verso una consapevolezza del tutto assente al suo arrivo in terra africana.

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