Regia: Óliver Laxe
Paesi di produzione: Spagna, Francia
Anno: 2025
Recensione poetica (per chi non l’ha ancora visto).
Sirāt è un film che non chiede subito di essere capito, va prima esperito. E spiazzerà più volte lo spettatore.
Il titolo richiama un ponte sottile, un passaggio rischioso: non una meta, ma un andare. Il cinema di Óliver Laxe si muove proprio qui, in quello spazio in cui non si è più come prima, ma non si è ancora “dall’altra parte”.
All’inizio sembra di seguire una storia riconoscibile. Poi, lentamente, il film sottrae appigli: riduce le parole, allunga il tempo, sposta il peso sul corpo e sul passo. Sirāt non racconta tanto che cosa accade, quanto come si resta in piedi quando qualcosa è già accaduto.
C’è una figura adulta che, attraversando una perdita radicale, cambia statuto: non diventa eroe, né guida carismatica. Diventa qualcuno che sa camminare anche senza sapere. La sua presenza non consola, ma permette agli altri di continuare. È una spiritualità senza religione, fatta di gesti minimi e di resistenza.
Il tempo del film è profondamente soggettivo. A tratti dilatato, a tratti brusco. Proprio quando lo spettatore inizia a chiedersi “e adesso?”, il film sceglie di fermarsi. Dopo la distruzione, Sirāt non ti accompagna fino alla ricostruzione. Lascia il dopo fuori campo.
Questa scelta può frustrare. Ed è voluta.
Perché a volte il cinema, come la vita, si interrompe proprio quando si potrebbe ricominciare.
Resta un’immagine che vibra a lungo: una cassa che suona nel deserto.
Nessuno balla più, eppure il suono continua.
Sirāt è questo: un film sulla sopravvivenza, sul passo che va avanti, anche quando la musica sembra finita.