Regia: Eva Victor
Paesi di produzione: Stati Uniti d’America
Anno: 2025
Si può raccontare e mostrare con leggerezza una cosa pesante? Senza scalfire di un grammo la gravità e le conseguenze che comporta? La risposta è, ovviamente, sì e Sorry, Baby lo fa. Con l’imperfezione degli esordi, ma con la forza dirompente (Eva Victor è regista, sceneggiatrice e attrice protagonista) che ne battezza alcuni, assistiamo a un piccolo gioiello fatto di parole, di silenzi e di pensieri che intasano la mente nei tanti frattempo che la vita riserva dopo aver subito un trauma.
Che, a dispetto dal corso di studi in letteratura e storytelling che porterà la protagonista a ricoprire un incarico di docenza nel medesimo istituto dopo aver terminato il dottorato, non trova una narrazione. Come pagine strappate ciò che è accaduto è ostaggio di un silenzio protratto che provoca un’afasia emotiva che blocca Agnes. Il perpetuarsi di questo non detto porta a una sorta di derubricazione del fatto che sembra perdere i dettagli, il contesto, la gravità e il portato sull’esistenza di Agnes. Che non fissa con dei richiami puntuali il perimetro della vicenda, perdendo, con il trasferimento dell’amica, anche quell’unico aggancio verbale che puntellava la storia definendone in qualche misura i contorni. Non ci sono genitori, non ci sono psicoterapeuti, non c’è alcun cordone salvifico di supporto se non quello di Lydie appunto che però cesserà con il fidanzamento di quest’ultima.
Due momenti pittorici si stagliano sulla parete dello schermo. Quello magrittiano con cui Victor risolve il momento cruciale attraverso una casa vista dall’esterno, da lontano, le cui finestre non ridono affatto ma sono occhi puntati su un dentro che non ci è dato vedere. Che si farà tangibile e dannatamente visivo nella sua cecità da riuscire a farci provare disagio in quel tempo dilatato dal passare delle ore e dal nostro sguardo protratto sull’inquadratura. E poi quello in cui un’altra finestra, come nel celebre quadro di Hopper, è al tempo stesso confine e apertura verso ciò che sta fuori e che in questo caso viene tappezzata dei fogli della tesina “incriminata” che diventa quindi la barriera concreta su cui si infrange lo sguardo, costretto in un interno di dolorosa lettura di quanto accaduto e impossibilitato a vedere oltre, verso il sole del mattino.
Il tutto fra ordinarietà, impegno, desiderio di realizzarsi, inciampi, insicurezze, fratture, isolamento, vicini di casa a distanza di sicurezza, boschi e un gatto. A dirla così l’ennesimo film indie dove poco accade e ci si parla addosso, anche quando vi è gentilezza o disincanto. Però nel primo film di Eva Victor c’è qualcosa di più: nessun autocompiacimento di fare una “bella cosa” con i tempi e i ritmi giusti per “agganciare” il pubblico, ma uno sguardo scarno e al tempo stesso lirico e attento sui segmenti della vita con una capacità sincera di lettura di quei momenti di sospensione dove il caso si fa strada ed è capace anche di determinare le piccole svolte, le sliding doors che ciascuno di noi attraversa senza la consapevolezza di attraversarle ma trovandosi semplicemente dall’altra parte.
Victor gioca le sue carte migliori con la leggerezza (è un’ex stand up comedian) che sopravvola i momenti buffi – la sequenza della vasca da bagno su tutte – e si inceppa un po’ nel didascalismo della scena ambulatoriale dove è mal risolto il conflitto interiore che annichilisce e trova invece sfogo in un pippozzo della cui assenza il film avrebbe beneficiato.
Diviso in capitoli cronologicamente non consequenziali, con gli anni “dedicati” che non possono non richiamare quell’Infinite Jest di cui Agnes avrebbe potuto essere una delle tantissime figurine ritagliate all’interno del minimale macrocosmo wallaciano, i personaggi che ruotano attorno sono tipizzati con qualche caratterizzazione forse un po’ eccessiva, ma comunque credibili e trovano il loro punto più alto nell’episodio del “panino migliore”. John Carroll Lynch, abituato a ruoli che incarnano personaggi non proprio lusinghieri, delinea un ritratto bellissimo, struggente e composto di un uomo che offre ascolto e vicinanza in un momento di evidente difficoltà, riuscendo a disinnescarlo con la forza della gentilezza e di un morso al suddetto panino.
Lo scorrere del tempo, la vita periferica, l’apatia, talvolta l’inerzia, il senso dell’amicizia che rivela, come talvolta accade, che è chi amiamo che talvolta segna un distacco che corromperà il rapporto amicale. E quella sorta di confessione, lascito, promessa ad una neonata che ancora non sa – come tutti i venuti al mondo prima di lei – cosa le riserverà la vita. Con l’anticipazione di doverose scuse per quanto potrà eventualmente accadere.
Sorry, Baby
Sorry, Agnes.