Regia: Óliver Laxe
Paesi di produzione: Spagna, Francia
Anno: 2025
It’s the end of the world as we know it. And I (don’t) feel fine.
Se ha senso parlare di cinema esperienziale Sirât ne è una testimonianza efficace.
Un tour de force che costringe lo spettatore a mutare il registro degli stati d’animo in un susseguirsi di azioni/reazioni spiazzanti che ingaggiano un braccio di ferro visivo ed emozionale che lascia indietro, ricostruisce e riparte incurante dello strazio di cui è disseminato questo viaggio infernale dove non c’è giustizia né redenzione e dove l’intelletto è messo a dura prova in una sfida che procura ferite di varia natura. Un road movie atipico in un territorio impervio non solo per la sua natura avversa, ma per le asperità interiori che si devono affrontare lungo il viaggio. Dove lo script innesca un certo tipo di percorso: un padre con il figlio dodicenne alla ricerca della figlia maggiore di cui non si hanno più notizie nel deserto marocchino durante un rave. Quasi un detection movie che poi scarta radicalmente dal percorso narrativo intrapreso e si getta nel delirio di un nuovo punto di non ritorno. Eccessivo, eccentrico, dettato dal e condotto lungo il ritmo ossessivo, martellante e incalzante del subwoofer, Sirât conduce come in trance la mente dove, forse, non si vorrebbe. Lo fa violentemente costringendo lo spettatore al rifiuto, allo sbarramento oculare o al subire l’incedere del film lungo una strada che anche noi, come i protagonisti del film, siamo costretti a percorrere. Impossibilitati a invertire il senso di marcia, a tornare indietro su terreni più sicuri. L’ineluttabilità, il senso che non c’è senso nell’accadere delle cose, nell’incomprensibilità di un dolore troppo grande e di un’incognita altrettanto grande. La paternità non protegge. È essa stessa esposta alle lacerazioni e agli urti degli accadimenti. Il paesaggio si fa personaggio, attore ostile che non solo non protegge, non compatisce, ma, anzi si accanisce.
Sirât è un non-luogo un non-senso e il tempo è un non-tempo e tutti i tempi. È un unicum che probabilmente Mark Fisher avrebbe annoverato nella categoria dell’“eeire” cioè “l’attrazione per ciò che sta al di fuori, per ciò che sta al di là della percezione, della conoscenza e dell’esperienza comune” laddove il rave è uno spazio a sé, uno stato di alterazione collettiva in cui “un attimo prima stai scivolando dolcemente verso il futuro come una piccola barca in un oceano sconfinato e l’attimo dopo l’oceano crolla e vieni scagliato fuori dal mondo, passando dall’immobilità assoluta alla fluttuazione caotica”.
Aleggia il fantasma di una terza guerra mondiale dalla quale tentare di scampare fuggendo ai margini del mondo verso un confino che ha ben poco di salvifico. Più che artefici, artificieri del proprio destino. Che appare ineluttabile, incoerente, tragico, quando non tragicomico, ottuso, completamente estraneo alle categorie di bene e male. Un viaggio a perdere verso un futuro perduto lungo la via della prossima prevedibile estinzione.
Se è vero che ogni nostro atomo muta noi siamo diversamente noi stessi all’uscita di Sirât. Come il beat della musica continua a risuonare nelle tue casse mentali contraendo i muscoli a ritmo, così Sirât ti attraversa e non sai bene cosa ti sia accaduto. È uno di quei film disturbanti che sputeresti a terra come una mandorla troppo amara ma che hanno quel qualcosa che ti costringerà a mangiare sempre altre mandorle. Óliver Laxe non fa sconti. Attraversa il ponte strettissimo e, o si è con lui o non lo si è. Non ti prende per mano ma ti trascina. Sta a te sentire il dolore o mollare la presa. Crederci o no poco cambia. Sia per fede o per disperazione.
Molte suggestioni, molti rimandi. A ciascuno i propri in quel meccanismo di riconoscimento inconsapevole che ci fa trovare similitudini, sovrapposizioni, richiami. Il deserto e le deflagrazioni di Zabriskie Point e Kubrick. Le casse imponenti che campeggiano e sovrastano il deserto assumono la posizione del monolite di 2001 Odissea nello spazio. E anche qui danno origine a una storia che sarà una vera e propria odissea che inizia con movimenti scomposti e che metterà a dura prova il protagonista, quel padre interpretato intensamente da Sergi López/Luis, un corpo brutalmente dilaniato dal dolore.
Ma, forse, tutto ciò, allucinati dalla visione, come in preda a un delirio psicotropo, è solo una nostra sovrascrittura su un’opera che a dispetto delle mine sembra più che entrare in profondità camminare in superficie assumendo da un certo punto in poi un grottesco gioco di ruolo ad eliminazione costante e che, nonostante l’estasi percettiva data dall’enfasi sonora di Kangding Ray, pare, con nichilistica coerenza, non portare a nulla che non sia il mero capriccio registico.
Forse, come ha scritto Vincent Canby, il film non è che “un nobile impulso artistico cortocircuitato in una terra straniera” e i personaggi come “puramente istintivi e privi di identità e il finale assurdo e ingiustificato”. (O forse no, visto che questo era il suo giudizio pubblicato sul New York Times nel 1970, proprio dopo aver visto l’opera di Antonioni).
Kaboom!!!