Regia: Paolo Sorrentino
Anno: 2025
Produzione: Italia
Paolo Sorrentino recupera la giusta distanza per osservare un uomo – il Presidente della Repubblica italiana nel cosiddetto “semestre bianco” alle prese con le scelte personali, istituzionali, etiche, morali e sentimentali. Si allontana dal sé soggetto e, pur non rinnegando nulla – Sorrentino non è tipo da dissociarsi – basti ricordare il suo iconico “non ti disunire”, sceglie un soggetto altro. Inventando, su tracce più o meno individuabili, un personaggio affiancato da un altro personaggio in un dualismo dialettico che giova oltreché per forma anche e soprattutto per sostanza. Se Parthenope era architettonicamente un barocco tardivo, manierista e meridionalista, La Grazia ha un’impronta neoclassica, quasi palladiana. Entrambi epigoni ma con stili nettamente diversi. Se Il Divo era un film ultrapop – nonostante la Pavane di Fauré, La Grazia è una versione cantautorale della storia. Il grigio quale colore non colore qui si affaccia in ben oltre cinquanta sfumature e diventa tono essenziale nel garantire compostezza e rigore, quand’anche sia preda del vento come nella memorabile scena dell’ambasciatore portoghese dove Sorrentino gioca con sé stesso quasi a voler riaffermare che non si è stinta la sua capacità evocativa e immaginifica, ma ha solo assunto un côté meno sfacciatamente e cromaticamente impattante. Sorrentino gioca un campionato a sé dove è Maradona e Platini assieme, dove sfodera l’estro ribelle insieme al tocco sornione. In ogni caso vincente. E’ in grado di metterla dentro comunque e nella sua personalissima idea di rete lui ci arriva per modi diversi, a volte con la cazzimma, a volte con la flemma e il birignao avistvocvatico di certe interviste dell’Avvocato Agnelli.
La Grazia è un film sul dubbio e su quanto una mente possa interrogarsi, talvolta lambiccarsi, su questioni alte come su quelle cosiddette basse. Pur con altri verticismi, là il Pontefice, qui il Presidente della Repubblica, La grazia è una sorta di controcanto di Habemus Papam. Là Michel Piccoli, qui Toni Servillo a vestire la maschera di scoprirsi ad un tratto fuori ruolo, a soffrirne l’incombenza di quel ruolo e a tentare
di scavallarlo. Che sia rifiuto, fuga o scadenza di mandato. Moretti come Sorrentino sono registi delle piccole ossessioni, del gusto per il dettaglio, dell’easter egg forse inserito a proprio esclusivo uso e consumo e con quel senso del divertissement che li accomuna e che fa trovare a noi spettatori una gioiosa e scanzonata partita di pallavolo fra altri prelati nel segreto delle mura vaticane, come un ascolto e un canticchiare compiaciuto di un brano rap di Guè (Pequeno).
La Grazia è fondamentalmente un altro tassello del mosaico che Sorrentino da sempre compone attorno all’uomo. Perché in lui scorre il sangue di un umanista tout court che vede sempre nel primato dell’uomo il fine cui tendere, anche quando sopravviene la disillusione, il disincanto, l’amarezza. Anche quando si fallisce – “io non volevo solo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire” – anche quando si rivela la propria meschinità, la propria pochezza, la propria finitudine. I grandi inganni che perpetriamo e che ci autoinfliggiamo come una pena semi eterna. L’uomo è questo. Stretto dai suoi confini vitruviani, geometricamente codificati e in grado altresì di dilatarsi oltre misura in un infinito spettro di possibilità.
Non fa eccezione Mariano De Santis e il rapporto con sua figlia Dorotea, autorelegatasi a vestale di un patrimonio intellettuale e morale paterno, per far risaltare al meglio quell’uomo assai severo o meglio avaro nel dimostrare quei sentimenti affettivi e affettuosi che si contraggono come un patto non scritto tra un padre e un figlio alla nascita. Patto sbilanciato in partenza quando il nascituro ancora non sa di quel rapporto e che si costruisce nel tempo cercando di appianare lo squilibrio che talvolta tale rimane. Anna Ferzetti non è solo un magnifico
e autorevole sparring partner ma si rende somigliante nello sguardo sorvegliato dalle labbra strette di quel disincanto che la sta facendo precipitare, lei ancor più del padre, in un assai più duraturo semestre bianco quando si risolverà in qualche modo il rapporto “lavorativo” tra i due. C’è un baratro di fronte a lei. E mentre il padre sembra avviato con una sorta di saggia serenità pur con le ambasce delle ultime decisioni, il suo percorso si avverte più sofferto. Il cemento armato che pare esser stata la materia costitutiva del padre secondo l’epiteto assegnatogli e di cui lui, sinceramente si stranisce, sembra aver irrigidito più lei, in un’impossibilità di connessione amorevolmente filiale. Il brutalismo materico, rimanendo ai paragoni architettonici, è la cifra del loro rapporto e di quel grigio incombente che sembra non offrire spiragli affettivi.
C’è il dubbio, si diceva, perché il dubbio è sicuramente segno di riflessione, di profondità, ma può essere anche sintomo di immobilismo cronico, quel considerare i pro e i contro, le ragioni degli uni e degli altri in quel movimento oscillatorio del pendolo che come in un percorso perpetuo a destra e a manca finisce col non finire mai e lasciare le cose in uno stato di stasi perenne. Come quella che, appunto, pare aver caratterizzato sin qui il percorso politico del protagonista.
C’è il dilemma etico, c’è il discorso su colpe, perdoni, pentimenti. C’è la riflessione sul diritto all’eutanasia. C’è tutto questo perché Sorrentino è dentro il mondo, lo abita, lo calpesta, ne mette in luce i tratti decadenti, le follie, le esagerazioni e le miserie. Passeggia con disinvoltura tra l’oggi, l’altro ieri e il dopo domani senza allontanarsi mai troppo dal suo baricentro esistenziale e vitalistico. E poi sogna, immagina, elabora e fa della metafora a volte il suo tratto distintivo corroborato dai dettagli, da certe piccole manie stilistiche e da certe simmetrie prospettiche che creano uno scenario da wunderkammer.
C’è l’intuizione del cambiamento. La furtiva lagrima, fluttuante nella navicella spaziale “spiata” da Mariano De Santis è il punto di osservazione di chi, per un attimo riesce a scorgere dietro la compostezza, la professionalità, l’irreprensibilità, quel piccolo cedimento che non è segno di debolezza ma, anzi, di assoluta, umana libertà, e nel trovarla e riconoscerla si commuove a sua volta.
La Grazia è un Sorrentino in stato di grazia che si chiede e ci chiede più volte di chi siano i nostri giorni. Ognuno può rispondere, se ne conosce la risposta o pensare che certe domande sia meglio non farsele. Certo è che Sorrentino, a volte allontanandosi sideralmente, a volte scartando all’improvviso, a volte tornando sui propri passi, ne tiene di cose da raccontare.