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Sirāt | La fine del mondo è qui, anche se non riusciamo a crederci

Regia: Óliver Laxe

Paesi di produzione: Spagna, Francia

Anno: 2025

 

Nella cultura religiosa islamica, Sirāt è la strada che nel Giorno del Giudizio conduce il defunto al suo destino ultimo, cioè la condanna infernale o la paradisiaca salvezza eterna. Si tratta di una via – larga per chi ben si è comportato in vita e strettissima per colui che ha agito male – che scavalca come un ponte il luogo sotterraneo che si trova più in basso, abitato da diavoli che tormenteranno coloro che – in quanto colpevoli – vi cadranno, mentre i beati accederanno intoccati alle delizie del Paradiso dopo aver bevuto l’acqua di un bacino sacro.

Questo è l’esergo iniziale di Sirāt, un film impossibile da dimenticare indipendentemente dal fatto che sia piaciuto o meno. La prima cosa che lo spettatore si chiede uscendo dalla sala, infatti, è “Che cosa ho visto? E cosa ha voluto dirmi?”. Tale è l’effetto provocato dalla pellicola del regista franco-spagnolo Óliver Laxe, al suo quarto lungometraggio. Difficile dire se queste siano le domande giuste e, soprattutto, se abbia senso porsele. Di certo, la visione di Sirāt è – senza possibilità di smentite – un’autentica e sconvolgente esperienza estetica, sensoriale e psicologica.

Il plot è apparentemente semplice: Luis (Sergi López) e il figlio Esteban di una dozzina di anni (Bruno Núñez Arjona) arrivano a un rave party che si svolge in Marocco, alle porte del deserto. Luis sta cercando di ritrovare la figlia, scomparsa alcuni mesi prima mentre partecipava a un altro evento di questo tipo. Una ricerca estenuante e disperata, in un contesto umano e sociale incomprensibile e in un ambiente naturale molto difficile. Della ragazza, però, non ci sono tracce e nessuno dei raver l’ha riconosciuta nella foto mostrata dai famigliari. Ma il tentativo di ritrovare la figlia è solo una premessa: il reale innesco della vicenda è l’interruzione del rave per ragioni ignote da parte dei militari dell’esercito marocchino, che costringono i partecipanti ad andar via in tempi rapidi. Si parla del rischio concreto di una Terza Guerra Mondiale ma non vi è nulla di certo.

Un rave party, però, non è mai l’ultimo e alcuni raver – eludendo il controllo dei militari – si dirigono verso il profondo deserto per raggiungere un sito dove, si mormora, si svolgerà un’altra kermesse di questo genere. Luis decide di (in)seguire il caravan attrezzato e l’autobus con cui i raver si stanno allontanando in un’altra direzione, nonostante sia alla guida di un’automobile del tutto inadeguata per un attraversamento del deserto. Il viaggio riserverà più di un avvenimento inaspettato e un’evoluzione difficile da accettare sia per i protagonisti, sia per gli spettatori, che faranno fatica a dare un senso e una spiegazione a tutto ciò che subiscono (o vedono) che non sia la pura resilienza o accettazione dei protagonisti all’incomprensibile e all’ineluttabile.

Laxe gira un film sorprendente e disturbante, in cui ciò che sembrava essere il cuore della vicenda – la ricerca della figlia di Luis – è solo un incipit dei successivi avvenimenti, che si intrecciano in modo inestricabile con il deserto, le montagne del sud del Marocco e l’eccezionale difficoltà di attraversare un territorio di questa natura. La limitatezza fisica e spirituale dell’uomo posto di fronte ad ambienti così severi ed estremi, emerge con nettezza e il viaggio evidenzierà ancor più l’assoluta imponderabilità e incomprensibilità di ciò che accade durante il cammino del gruppo di viaggiatori, che assurgono quasi ad archetipo del sofferto passaggio dell’essere umano su questa terra. Luis, Esteban e i loro generosi compagni di viaggio, infatti, sono schiacciati proprio dalla profonda inesplicabilità di ciò che accade all’uomo mentre cammina – già qui in terra – lungo lo stretto passaggio che la fede islamica prescrive, invece, nel percorso verso il Paradiso dopo la morte.

Per girare Sirāt e ottenere il risultato desiderato, il regista ricorre alla suggestiva e ben calibrata fotografia di Mauro Herce, che rende magistralmente la polvere, il vuoto e i silenzi – anche visivi – dell’ambiente desertico. Altrettanto straordinario è il lavoro fatto da Laia Casanovas sul sonoro per rendere al meglio sia il suono martellante delle casse acustiche utilizzate nel rave party (un rave autentico come autentici erano i partecipanti, la cui fiducia Laxe si è guadagnato nel tempo arrivando a poter filmare un evento della durata di due giorni), sia il rumore del vento e della vuota desolazione di montagne e deserto.

Il film è stato candidato alla Palma d’Oro del Festival di Cannes, dove ha vinto il Premio della Giuria.

Concludendo, un’opera cinematografica notevole – forse vicina al capolavoro – intimamente sintetizzata da un rapido scambio notturno di battute fra due dei raver in viaggio con Luis ed Esteban:

È così che ci si sente alla fine del mondo?

Non lo so, è da molto tempo che è la fine del mondo”.

E lì con loro rimaniamo anche noi spettatori.

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