Titolo originale: Presence
Regia: Steven Soderbergh
Paese di produzione: Stati Uniti d’America
Anno: 2024
Ho visto Presence (su Sky) aspettandomi un horror atipico. Ne sono uscita convinta che non sia un horror affatto, ma una tragedia nel senso greco del termine.
Il film non disturba per la presenza del fantasma – che, anzi, per gran parte della visione, può essere percepito come una figura protettiva nei confronti della protagonista – quanto per qualcosa di molto più inquietante: l’immutabilità della catena di dolore e colpa che attraversa la famiglia.
Il “fantasma” non è persecutorio, non agisce come forza maligna, non cerca vendetta. Guarda, segue, veglia. È una presenza che testimonia più che intervenire. Per questo il film, almeno fino agli ultimi minuti, non produce vero orrore: manca la minaccia. Manca il nemico.
Il momento di massima tensione – non dico quale per evitare spoiler- è intenso ma sorprendentemente breve. L’atto violento è circoscritto, quasi rapido. Non è lì che il film lavora davvero. Il vero perturbante sta altrove: nel clima, nella struttura, nella ripetizione.
Il nodo tragico, per me, è questo: se il fantasma avesse davvero voluto “aiutare”, avrebbe protetto anche il fratello. Non lo fa. E qui il film smette definitivamente di parlare di salvezza e inizia a parlare di destino.
Nel finale si intuisce che il fantasma diventa proprio il fratello. Questo dettaglio retroillumina tutto il film: la presenza non è una persona, ma una funzione che passa di mano. Non sceglie chi salvare; subentra quando l’agito è già avvenuto. Il fratello non viene protetto perché è lui, troppo tardi, a diventare colui che veglia.
In questa chiave, Presence lavora esattamente come una tragedia greca: non cerca una giustizia morale, ma una Díkē, un ripristino dell’ordine dopo la hybris. Non c’è consolazione, non c’è redenzione piena. L’equilibrio si ristabilisce solo attraverso la perdita. La catena non si spezza: cambia forma.
Il fatto che la protagonista si salvi può essere letto come un elemento consolatorio. Ma è una consolazione minima, individuale. A livello sistemico il dolore resta intatto. Ciò che è accaduto non viene “curato”, solo depositato nella memoria.
È un film che non chiede allo spettatore se spera, gli chiede se è disposto a guardare una storia in cui qualcuno si salva, ma il dolore rimane.
E forse è proprio questo il suo gesto più radicale.