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INVELLE | Il cinema come esperienza interiore

Titolo originale: Invelle

Regia: Simone Massi

Paesi di produzione: Italia, Svizzera

Anno: 2023

Il mio amico esperto di cinema, Pietro Lafiandra, a Venezia quest’anno con un suo corto, mi ha consigliato di vedere il film di animazione Invelle.
“Il miglior film autoprodotto dell’ultimo anno”, mi ha detto.
E così l’ho noleggiato su YouTube a pochi euro e l’ho guardato.
“Un’ora e mezza: è breve”, ho pensato.
Ebbene: ci ho messo alcuni giorni a finirlo, perché l’ho dovuto e voluto centellinare. E non perché fosse difficile da capire, ma perché era troppo intenso da attraversare tutto insieme.
Invelle non racconta una storia nel senso tradizionale. Lavora direttamente su un altro piano: quello dei ricordi, del corpo, dell’infanzia, della memoria storica che non è mai solo passato.
Il protagonista non è la trama, ma il gesto grafico: segni a carboncino, graffi, tremolii, figure che emergono dal buio per affermare, ogni volta, di esistere. Così come emergono emozioni primarie e gravi: fame, rabbia, umiliazione, perdita, colpa.
I bambini del film – in tre epoche del Novecento – non vengono idealizzati: sono esposti. Alla guerra, alla povertà, alla violenza simbolica e reale, alle contraddizioni educative degli adulti.
E imparano presto una verità durissima: la violenza non nasce dal nulla, si apprende.
Ci sono scene che, come terapeuti (ma direi come esseri umani), fanno letteralmente singhiozzare:
– il bambino punito a scuola per aver detto la verità
– quello che viene chiamato “contadino” dai compagni e reagisce con le mani
– suo padre che chiede “dove hai imparato la violenza?” e riesce ad accettare la risposta
– il bambino che recita l’atto di dolore
– il fagiano ucciso, ancora caldo, accarezzato con tenerezza.
Qui Invelle tocca un nodo profondamente psicologico ed etico: l’innocenza umana convive con la necessità di chiedere perdono per il solo fatto di vivere, di occupare spazio, di togliere vita.

Il film parla poco “alla testa” e moltissimo all’inconscio. Il dialetto, i sussurri, i silenzi non servono a informare, ma pesano, come accade per i ricordi veri.
Nel finale, un bambino fugge da solo a vedere il mare.
Si tuffa, come nella luna, e quando il padre lo ritrova e gli chiede dove sia stato, la risposta non riesce a uscire.
Solo un bisbiglio: “invelle”.

Ho scoperto che Invelle significa dentro.
Ed è esattamente lì che questo film porta lo spettatore: dentro.
Ti si deposita dentro.
Da oggi, per me, Simone Massi è uno degli autori più radicali e necessari del nostro tempo.

Un film da lasciar lavorare, da portare “invelle”.

In foto un mio scatto del film, che mi fa venire in mente il testo di Claudio Baglioni: E domani uscire di nuovo, farsi una faccia allegra per il prossimo carnevale.

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